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sabato 29 agosto 2009

Fakey's (San Francisco)

Locale molto strano ma anche molto divertente, Fakey's, il cui slogan è "niente è quello che sembra": i velluti rossi della sala principale sono dichiaratemente fatti di lattice, le gocce di cristallo dei lampadari di plexiglas ottico, e le dorature di titanio aeronautico estruso.

La stranezza non si ferma solo al locale - anche le ricette sono tutte abili camuffamenti: si passa dal classico pesce finto della tradizione piemontese alla cucina creativa, i cui vertici riconosciuti sono il pollo arrosto (in realtà una composta di frutti di mare in forma di pollo) e le eccellenti tagliatelle "paglia e fieno" con pomodoro e ricotta affumicata (in figura): solo apparentemente di pasta, le tagliatelle sono in realtà delle sottilissime striscie di zucchina condite come fossero pasta.

Ho chiuso il mio pasto con un dessert che a prima vista sembrava una crèeme brulee, ma che, a spese mie e del mio cucchiaino ho in realtà scoperto essere un croccante molto, molto duro.

Nessuna sorpresa per il prezzo, tristemente: i 250 dollari che mi sono stati chiesti, da me interpretati come l'ultimo scherzo del locale, erano in realtà del tutto veri, ed anche il tentativo di pagarli con i soldi del Monopoli non è andato a buon fine.

Giudizio: 21.75%

La ricetta seria di Monsieur Pernod: il post è ispirato a questa ricetta e alla discussione che ne è conseguita (meglio togliere la pasta o togliere 5 cucchiai di olio)? In ogni caso, ho provato, e posso confermare che si possono davvero cucinare piccole striscie di zucchina per fare una specie di pasta - in due parole: fate un sugo qualunque, e butatteci in mezzo delle tagliatelle di zucchina, tagliate con un pelapatate. Dato che la zucchina non sa fondamentalmente di niente, se il sugo è buono dopo 5 minuti circa avrete ottenuto una specie di pasta senza carboidrati. La foto riporta i mio reale risultato, nel consueto stile "più schifosa è la foto meglio è" di Monsieur Pernod. Ai posteri l'ardua sentenza sul gusto.

domenica 14 giugno 2009

Prostrão (Rio de Janeiro)

Prostrão è un locale appena aperto, che mi è stato consigliato da un amico brasiliano. Entrando resto immediatamente stupefatto dalla cordialità con cui vengo accolto dal gestore, il signor Agostinho Prostrão: il suo viso si allarga in un enorme e genuino sorriso mentre sfregandosi le mani corre letteralmente ad accogliermi: "Benvenuto, benvenuto, benvenuto, lei avrà il nostro tavolo migliore, siamo veramente felici di averla qui stasera!", mi dice, e non stento a credergli. A parte me, il locale è vuoto.

Scelgo un vino rosso locale ed un piatto di espadarte grelhado. Squisito, davvero squisito, è il verdetto immediato: è freschissimo, ed accompagnato da pomodorini e lattuga di prima qualità è davvero una festa per il palato. La signora Prostrão esce dalla cucina, viene a salutarmi cordialmente, e mi chiede con un gran sorriso se mi piace, o se per caso preferirei che me lo ricucinasse, magari un po' meno cotto. "No, no, è perfetto", le dico davvero sorpreso, ed il marito la intercetta: "Mafalda, lascia stare il signore, non vedi che è a posto?" e aggiunge poi verso di me "se gradisce meno compagnia, basta che me lo faccia sapere". Gli rispondo che va benissimo, e non dev'essere la risposta giusta, perché lui assume aria umiliata e mi ribatte "Scusi infinitamente, forse preferisce più compagnia... posso far venire qui mio cugino, è un ottimo conversatore!". A questo punto sono davvero confuso, e tento di confortarlo dicendogli che davvero, va tutto benissimo, il pesce spada è il migliore che abbia mai mangiato e loor sono persone deliziose! Sembra finalmente rilassarsi, e mi lascia solo a finire un dessert anch'esso squisito, una variazione leggera dei Brigadeiros.

Chiedo il conto e Agostinho mi presenta una cifra irrisoria. "Forse è troppo caro?" dice immediatamente quando mi vede stupito. "No, anzi", ribatto. "Se preferisce glie lo alzo un po'" dice lui, e finisce che gli pago qualcosa in più solo per non vederlo preoccupato. Mi accompagna poi all'uscita del locale, ancora vuoto. "La aspettiamo domani, allora" mi dice sulla porta.

"Domani torno a casa", rispondo davvero triste, ripensando all'eccellente pesce spada "ma le prometto che appena ripasso da Rio, torno da lei".

"Non ce n'e' bisogno" mi dice il signor Prostrão "se mi dice dove abita, traslochiamo noi dalle sue parti!"

venerdì 12 giugno 2009

Ksenofobya (Mosca)

Ksenofobya, uno dei più rinomati ristoranti di Mosca, si propone da sempre di servire unicamente prodotti del paniere locale, cucinati da cuochi locali, e serviti da camerieri locali.

La formula ha funzionato per anni sotto la vecchia gestione della famiglia Kachaviavich, perchè era ben noto che qualche infrazione alla regola si poteva concedere: un po' d'olio di oliva greco, il pesce di Archangelsk, un cuoco Georgiano. Ma quando Alexey Kachamiavich lasciò il posto nel 1994 a Boris Gheziov, tutto questo divenne dal giorno alla notte inammissibile. Boris, un rubizzo moscovita DOC, cominciò a buttar via tutti i prodotti che non fossero rigorosamente moscoviti e licenziò chiunque venisse dai quartieri a sud del Moscova.

Il risultato fu una paranoia crescente tra il personale: il cavolo che mettevi nel borsch era davvero delle campagne di Mosca? Eri forse uscito con una di San Pietroburgo l'altro ieri? Chi era quel nuovo cliente? Uno di Odinstovo? O magari *gasp* un Ucraino? I camerieri cominciarono a rinfacciarsi presunti problemi di xenofilia gettando via indifferentemente prodotti del paniere e non, mentre i cuochi se ne andavano uno dopo l'altro: non c'era più la tensione alla purezza di una volta, dicevano alcuni. Era tutto eccessivamente teso alla purezza, dicevano altri.

Ed è così che, se andate oggi a mangiare da Ksenofobya, l'unica cosa che troverete sul menù è una frittata, fatta con le uova deposte dai polli che Boris Gheziov stesso alleva direttamente nel ristorante, e cucinata direttamente da lui.

Giudizio: 0.0

lunedì 18 maggio 2009

Sparringducks Water Company (catena)

E' ormai praticamente impossibile girare il mondo senza imbattersi in uno dei locali Sparringducks - ce ne sono da Bangkok a Manhattan, da Cleveland a Parigi, da Cape Town a Paderno Dugnano, ed in tutti si entra per lo stesso motivo: bere acqua e chattare. Sparringducks offre infatti gratis la connettività wi-fi e la corrente per i laptop, attirando una clientela giovane e tecnologica, che deve assolutamente mandare un messaggio alla fagiana proprio ora e adesso, e che per farlo è pronta a pagare un bicchiere d'acqua dai 5 ai 125 dollari.

Certo non parliamo di acqua qualunque, ma di una delle quasi cento varietà dell'offerta Sparringducks: si parte dalla "Plain Tap" (acqua del rubinetto, 7.25 dollari), si sale alla "Sparkling H20 Lime" (acqua del rubinetto addizionata di C02 sul momento e con una spruzzata di lime, 12.49), e si passa poi alle acque esotiche, ad esempio la "Icelandic glacier" (acqua del rubinetto gelata in un bicchiere trasparente, 33.99), la "Monte Bianco Grande" (acqua del rubinetto al punto triplo servita in un grande bicchiere di ghiaccio fatto con acqua del rubinetto, 59.49), e la famosissima "Malaria special" (acqua del rubinetto con zanzare anofele, 89.49). Non plus ultra ovviamente la rinomata "Royal Scots Dragoons" (by appointment della regina Elisabetta II d'Inghilterra e della casa reale: acqua del rubinetto leggermente salata al gusto di salmone in una tazza di plastica stampigliata con il tartan dei McDougall, 125 dollari).

Insomma, ce n'e' per tutti i gusti. Sparringducks punta ovviamente sull'assoluta genuinità del prodotto, e anche se usciti dallo Sparringducks di Mumbai o Dar Es Salaam è piuttosto frequente incontrare un americano che si era "rifugiato lì per bere acqua americana" piegato in due dalla dissenteria, a giudicare dal successo della catena sembra che la formula funzioni.

Giudizio: 0.0 - incolore, inodore, insapore. Ma il wi-fi è gratis.

domenica 17 maggio 2009

Rico (dintorni di Indiana, regione di Iquitos)

Immaginate la mia sopresa nello scoprire un foglio manoscritto in una edizione del 1977 della Guìa de las Hosterias del America del Sur, in cui un insigne accademico, mio collega alla Sorbona, descriveva con dovizia di particolari i favoleggiati Spidini di Tapiro della mitica Bodega Rico, e tracciava anche una grezza mappa di come raggiungerla.

L'avventura non mi spaventa: mi misi la fedora e, imbracciate frusta e forchetta, presi l'aereo per Iquitos, Perù. Da lì la strada si fece più complessa: 2 giorni di autobus e una navigazione fluviale di quasi 4 giorni, tra fastidiosi mosquitos non commestibili e versi lugubri della giungla mi portarono al villaggio di Santa Maria De Los Perros Calientes, dove cominciai la strada nella giungla a colpi di machete. Dopo alcuni giorni Fernando, uno dei nativi che mi faceva da guida, si fermò di botto, indicò una freccia piantata in un albero della gomma ed esclamò, terreo in volto: "Huevitos". Mi voltai a guardarmi intorno, e quando mi girai di nuovo, le guide erano sparite.

Non sono il tipo di uomo che si scoraggia, specialmente quando la posta in palio è una della pietanze più ricercate del mondo - brandendo il machete, continuai a farmi largo nella vegetazione. Giorni dopo, le mie fatiche vennero ripagate: un volto scavato nella pietra, ed un ingresso cavernoso, i favoleggiati segni dell'osteria Rico, che si snoda sottoterra. Leccandomi le labbra, evitai destramente una trappola per turisti e pagando con la moneta locale (un sacchetto di sabbia) afferrai i miei anelati spiedini di tapiro.

Mi stavo accingendo a mangiarli all'ombra di un albero della gomma, quando sentii la fredda canna di una pistola appoggiarmisi sul collo e una voce familiare dire: "credo che lei abbia qualcosa di mio, Dottor Pernod".

E fu così che la mia temuta nemesi, Monsieur Pastis, si impossessò degli spiedini, costringendomi ad una fuga rocambolesca ed ingloriosa che saranno (forse) soggetto di una recensione futura.

Giudizio: non pervenuto (ma comunque, non vale la fatica)

martedì 12 maggio 2009

OrganiX (catena)

Organix, catena presente in circa 250 città e molto apprezzata dalle frange estremiste degli ecologisti si propone al pubblico con una mission ambiziosa: dare da mangiare a tutti con impatto ecologico zero.

Non solo i fornelli sono solari e le cucine superefficienti, ma seguendo l'antico adagio "dalla merda nascono i fiori, dai diamanti non cresce niente", lo staff di OrganiX si ingegna ogni giorno in quella che la cartella stampa chiama "scavenging cuisine" (cucina di ricerca nel senso di "rastrellamento"). E' quindi spettacolo usuale vedere nei dintorni dei ristoranti OrganiX gli "chef" che si accalcano intorno ai ribaltabili delle aziende locali di smaltimento e ai cassonetti, alla ricerca di materie prime.

Il risultato? Discutibile, ma non certo cattivo: i cannelloni ai sette pattumi (sic nel menù in inglese) sono sfiziosi e gustosi al punto giusto, il mushburger with cheese non è certo peggiore degli altri hamburger in circolazione, e il patè de viande pourri succoso, anche se con un leggero retrogusto di marcio. Interessanti i dolci: apple peels and pear cores è sicuramente il mio favorito.

Chiaro, niente di particolare - anche i piatti più elaborati, come il McRubbish e i famosi Topi Fritti sono sempre paragonabili al massimo con gli altri cibi da fast food... uscendo però dal confronto molto spesso vincitori. Dove non riesce la cucina chimica riesce apparentemente quindi la cucina di recupero, e si esce da OrganiX con un dubbio lacerante: il trash food ha finalmente trovato la sua più alta e nobile espressione, oppure mi hanno fregato come un cretino?

Giudizio: *

domenica 10 maggio 2009

Masamune (Tokyo)

Non è possibile passare da Tokyo senza fermarsi da Masamune, che si dice serva il miglior sushi di tutto il Giappone.

Dato che i clienti di Masamune sono migliaia, e che il locale non prenota, conviene arrivare tre, quattro giorni prima. Una volta preso il proprio numero ci si sposta nella enorme sala d'aspetto, nella vicina stazione della metro di Shinagawa. Qui, tutti gi giorni e a tutte le ore, c'è una piccola città nella città. Tra i coffin hotel, le cassette di cartone dei disoccupati senza fissa dimora, le docce pubbliche e i neon pubblicitare si aggirano riparatori di tecnologia portatile, ambulanti che vendono ciotole di riso e tè ai clienti di Masamune in attesa, venditori di cravatte pulite e, a giorni alterni, un mercato della frutta. I clienti in attesa si scambiano impressioni, storie e racconti di vita. Si formano comunità, e si creano attività: da un lato i Sarariman azzimati bevono vino di riso e fanno il karaoke, dall'altra i ragazzotti pseudopunk di Harajuku organizzano un torneo di videogiochi portatili, e in mezzo passano tre lolite fanatiche del cosplay, vestite in minigonna come Sailor Moon. Nuovi clienti arrivano, freschi e profumati, e i vecchi se ne vanno tra gli applausi: finalmente è arrivato il loro turno.

Quando, dopo tre giorni, verso le 3 di mattina, viene finalmente chiamato il mio numero, saluto il gruppetto relativamente piccolo di europei con i quali mi ero intrattenuto (un pullman di canadesi, sei coppiette e un tour organizzato di ottanta australiani) e vengo spinto dall'addetto dentro al piccolissimo e stipatissimo locale. Facendomi vedere dal cameriere sotto l'ascella di un direttore di banca, spingendo leggermente un modellista Otaku, e pestando un piede ad e una signora in pelliccia sintetica rosa, riesco ad ordinare nel frastuono Nigiri-zushi e Tsunamayomaki misti.

E la cosa strana è che mentre mangio di fretta, sospinto dalla calca verso l'uscita, mi rendo conto che in realtà non importa assolutamente quanto sia buono il cibo - da Masamune si va, penso, per non sentirsi soli.

Giudizio: non esprimibile

venerdì 8 maggio 2009

Contributo esterno: 'L Cont Vert (Torino)

Ricevo e volentierY pubblicHo (anche perchè così posso battere un po' la fiacca) la recensione di un locale dell'ubertosa città di Torino, pervenutomi dal valido collega Marcus "Jean-Paul" Le Fer.

Nel cuore della Savoia Orientale (spesso erroneamente definita “Piemonte” dal popolo minuto) troviamo questo ristorante, rifugio ideale di chi, come noi, ha ancora il gusto di vivere secondo le antiche e sane regole della monarchia per diritto divino e non si è mai lasciato affascinare dalle insane lusinghe di quella moda deplorevole che i beceri chiamano, pare, “democrazia”. Il ristorante prende il nome da Amedeo VI di Savoia (*1334 +1383), figlio di Aimone il Pacifico e Jolanda la Rompigiberne e marito della principessa Bona di Borbone, detta “La Strafiga”. Noto buongustaio e crapulone, come tutti i Savoia, il Conte deve il suo soprannome al curioso colorito che assunse, nel 1354, durante un banchetto alla corte di Francia, subito dopo aver ingerito inavvertitamente un’ostrica marcia.Nel ristorante, governato gestito da Sua Altezza Serenissima Armando IV Duca di Abboffo, detto “Il Tritarifiuti”, ultimo rampollo di una nobile stirpe di ristoratori che risale al Barbarossa, vigono, da secoli, norme severe e ineludibili. Per essere ammessi in sala occorrono robusti quarti di nobiltà, almeno un antenato che abbia combattuto ad Ascalona (1099) e un borsello pieno di Ducati d’argento. La servitù I camerieri vengono arruolati esclusivamente tra i nobili decaduti. Il servizio è dunque impeccabile, fatte salve, forse, le marsine un po’ lise dovute al fatto che, nel retro del ristorante, i camerieri si contendono gli avanzi, spesso sfidandosi a duelli di sciabola al primo sangue.

Nel locale vige, ovviamente, il “plurale majestatis” il che, tra l’altro, permette di identificare immediatamente i parvenù e i repubblicani imboscati, poiché sono gli unici che alla domanda: “Cosa prendono?”, essendo al tavolo da soli, rispondono: “Chi?”. In questi casi un inserviente con la marsina rossa e il tradizionale cappuccio da boia, li accompagna nelle cantine e spiega loro gli usi del locale, aiutandosi a volte, con due o tre graziosi tratti di corda.

I piatti sono di una raffinatezza mai vista. Noi (cioè io NdA), essendoci recati colà solo per una leggera colazione, ci siamo (a fatica, poiché il menu è vastissimo) limitati a una Salade Riche a la mode de la Comté de Nice. L’insalata è una sapiente miscela dei più raffinati prodotti delle ricche terre del Regno di Sardegna. Il Sarset del Feudo delle Langhe la fa da padrone, ben coadiuvato però dagli altri ingredienti, che variano a seconda delle stagioni e della disponibilità del Lidl vicino al ristorante. Noi abbiamo trovato nel piatto la famosa Patata bollita del Monferrato, i gustosi pomodorini di Sardegna al verderame, dal tipico colore verde-bluastro e la rinomata e ormai quasi introvabile Musarella ad bufala della Marca di Saluzzo. Il tutto era insaporito naturalmente dai Filetti di Anciùa (acciuga) della Contea di Nizza che danno – appunto – il nome alla Salade. Troneggiava, al centro, un Oeuf Bouilli delle gallinelle ruspanti dei dintorni di Bra. Abbiamo apprezzato il tocco creativo dello chef che ha aggiunto, inopinatamente, dei fagiolini bolliti che conferivano quel che di acquoso, che ha reso il tutto molto particolare. I fagiolini bolliti paiono essere un topos del locale, poiché figuravano anche, tra i contorni, in un menu del giorno prima, che abbiamo avuto accidentalmente occasione di consultare.Unica pecca di questo splendido locale, il conto. Per pagare il pranzo abbiamo dovuto cedere a S.A.S. Armando IV, i diritti di teloneo su Corso Vittorio e un feudo minore nel Roero, che apparteneva alla nostra famiglia da nove secoli!

mercoledì 6 maggio 2009

Η αρχαία ψάρια (Imerovigli)

Η αρχαία ψάρια, letteralmente "L'antico pesce", è una bettola tradizionale situata in un rudere di una qualche pregio archeologico nei pressi di Imerovigli, sull'isola di Thera, nell'arcipelago di Santorini.

L'anzianissimo padrone, Anastasios Lumacopoulos, ogni mattina alle 5 arrotola la sua barba e parte su uno sputacchiante motorino per l'angiporto. Tragitto irto di buche, gatti e SUV permettendo, torna verso le 3 con il miglior pescato della giornata, che cucina rigorosamente al cartoccio o alla piastra. Gli squisiti pesci, accompagnati da un vino Assyrtiko artigianale fresco all'olfatto ma dal leggero gusto di piedi, vengono lanciati direttamente sui tavolini di metallo con una maestria derivata da centenaria esperienza.

A chi volesse tentare la sorte in questo locale, tre avvertimenti:
- Sconsigliamo di ordinare piatti non di pesce: il pesce dopo tre giorni puzza, ma la Moussaka si conserva benissimo per anni. In effetti si dice che proprio lì siano stati ritrovati alcuni pezzi mancanti della Macchina di Antikitera.
- Evitate di fare conversazione: Anastasios ricorda con nostalgia ma con una certa logorrea i tempi in cui Santorini era ancora sotto dominazione ottomana: a chi osa chiedergli quanti anni abbia, risponde però tipicamente con una precisa coltellata.
- Il rituale di masticare tabacco e sputarlo sul pesce non è caratteristico della cucina greca: è la tattica di Anastasios per disfarsi dei i turisti, che detesta. Se non vi piace il tabacco, quindi, imparate piuttosto bene il greco (antico)!

Giudizio: ** e 5/9

lunedì 4 maggio 2009

Tripulaciòn de alta cocina - Segovia

Il gruppo di sei chef che gestisce il Tripulacòn de alta cocina (letteralmente: l'equipaggio dell'alta cucina) detesta per il famoso locale surrealista la definizione di restaurante, preferendo invece la dicitura di oficina (fabbrica).

Ogni cosa qui vuole rompere rumorosamente con il passato: il Tripulacòn è un cubo stagno di esattamente 10 metri di lato costruito in plexiglass trasparente rosso al centro di un capannone industriale in disuso, nel quale si entra strisciando attraverso una vescica circolare di gomma larga appena 80 centimetri.

La cucina, rigorosamente a vista, è organizzata come una catena di montaggio rosa shocking. I sei chef, i cui nomi veri sono segreti e che rispondono solo ai loro nom de plume (Uno, Dos, Tres, Cuatro, Nueve e Sakaguchi-san) cucinano facendo un elaborato gioco cadavre exquis, in cui ciascuno aggiunge un ingrediente di un determinato tipo, ignorando cosa gli altri abbiano messo a loro volta nella pentola: la ricetta viene utilizzata rigorosamente una volta sola, rendendo ogni esperienza alla Tripulaciòn irripetibile. A me questa volta è toccato il risotto codice FA44BC2198, un gustosissimo melange di riso carnaroli, asparagi, bacche di ginepro, crema pasticcera, gomma arabica e quello che sospetto essere un battuto di tasselli Fischer: superlativo!

L'esperienza, già eccenzionale così, è resa ulteriormente unica dal numero molto esiguo (se così si può dire) di tavoli del locale: nessuno. Si mangia sdraiati sul pavimento.

Giudizio: ******

mercoledì 29 aprile 2009

الماس حافة امعة في الصحراء - (Dubai)

Il famossissimo ristorante الماس حافة امعة في الصحراء (letteralmente: Il margine del luccicante diamante nel deserto) è situato nel quartiere Giardino delle Meraviglie di Dubai, un'oasi di verde all'aria aperta interamente climatizzata a 17 gradi, in cima al "Golden spire", un grattacielo di 277 piani rivestitio di oro zecchino.

All'ingresso sei odalische mi aprono la porta, ventisette mi prendono la sciarpa, otto mi accompagnano al tavolo, e altre dieci (una per dito) mi lavano le mani. Decido di procedere con cautela, come mi è stato suggerito, ed evitare sorprese sgradite ordinando solo un dolce, quello con il nome più modesto: la mirabolante cornucopia di frutta fresca che sprigiona un tesoro di fragranze paradisiache quando l'ambrato Creso dei dolci copula con lei. Il dessert viene presentato in una teca di platino istoriato, ed è veramente delizioso, una variazione estremamente innovativa sull'immortale tema della mela caramellata, pregevolmente complementata da una presentazione brillante.

Soddisfatto, chiedo il conto - mi viene chiesto se preferisco pagare con la carta di credito o con un rene, ed essendo in nota spese sfodero la Amex Extra Platinum Iridium Corporate Spatussus con un movimento flamboyant. Mentre attendo la ricevuta, noto all'altro capo della sala un miliardario texano che sta firmando con il suo sangue una pergamena ad un cameriere che somiglia stranamente a Satana; il maitre, vedendomi perplesso, mi chiarisce: qui i piatti non hanno un prezzo, solo un valore.

Giudizio: *************************************

martedì 28 aprile 2009

U' manciumi da' sumpessera (Manducà)

Manuducà, ridente paesino della provincia di Catanzaro, è famoso per i suoi allevamenti di capra da arrampicata, per la chiesetta romanica della Vara Cingolata, e per la fabbrica dei fratelli Tricarico (pallettoni e mirini). All'angolo tra il Municipio e l'abbeveratoio comunale, in un bell'edificio di fine '800, Concetta, ex proprietara di lupanare, ha aperto il ristorante U' manciumi da' sumpessera (letteralmente, "la benedizione del palato" - o forse no?), nel quale serve piatti della tradizione della zona.

Inizio il pranzo verso le 14 con un fantastico zimbatò di cucuzza, pipi e patati, condito con abbondante olio extra vergine di oliva del frantoio del benzinaio Zi' Micu e la tradizionale dose di peperoncino. Accompagno il tutto, gradevolmente urticante, con un Platì rosso del '92 - ottimo aroma, con solo un leggero fondo di quelli che sembrano essere pallini di piombo. Passo ad una pasta cu' sucu (450 grammi), stoccu frittu (2 piatti), e sasizza piccanti (3 rotoli). All'atto dell'ordinare il dolce, Concetta mi precede proponendomi un irrinunciabile piatto misto di capocollo, soppressata e formaggio di pecura. Verso la settima fetta di soppressata, leggermente appesantito, suggerisco che preferirei lasciare il resto e chiudere con un caffè ed un digestivo.

Cala il silenzio e tutti mi guardano. Riprendo a masticare.

Concetta mi porta ancora, senza più rivolgermi la parola: una padella di zippuli cu' stoccu, due piatti di frittuli (interiora di maiale fritti nella sugna), e 40 centimetri di 'nduja. Frutta: Zipangulu (mezzo). Dolce: Nacatuli e per chiudere, una sgranocchiata ai tipici mustazzola, provenienti dalla vicina cava di graniti della Val Mazzacani e materiale tradizionale per le costruzioni antisismiche.

Rotolo fuori dal ristorante verso le 22. Concetta non mi saluta, e prende i soldi con lo sguardo di chi ha patito una grave offesa.

Giudizio: da non perdere (ma tenetevi leggeri nel 5, 6 mesi precedenti)

lunedì 27 aprile 2009

La joie de le rien manger (Washington)

Il cuoco Georges Maigret, de La Joie De le Rien Manger di Washington è a ragione considerato uno dei capostipiti della Nouvelle Cuisine - alcuni suoi piatti sono divenuti famosi in tutto il mondo: l'eccezionale Kaputt ist der Mond, il prelibatissimo Volga's Paradise in the Gutter, e per finire il favoloso Viaggio d'acido di Lorenzo il Magnifico sono considerati alcuni tra i capolavori della cucina moderna.

Decido però di tenermi lontano da simili banalità - preferisco invece farmi portare una delle novità del 2009: il Dimostrazione del Secondo Teorema di Fermat con Volo di Cigni Ubriachi. Sapidissimi, i quattro asparagi complementano le due sottilissime striscie di manzo stufato in sale dell'Himalaya, ed il broccolo non può che sollevare una domanda: cosa c'è dopo, da mangiare?

La risposta è ovviamente il famossissimo dessert Frugolo che gioca in una vasca da bagno piena di lamette: un quarto di gheriglio di noce con una spolverata leggera di zucchero a velo.

E dopo l'uscita, un bel kebab triplo da Ahmed, il kebabbaro più ricco di Washington, all'angolo opposto del ristorante. Il suo kebab speciale (4 kg. per 1800 calorie) si chiama In culo a Maigret - che c'entri qualcosa?

Giudizio: ** (se volete mangiare: 0)

domenica 26 aprile 2009

Blumenkohlesserkunsthaus (Monaco di Baviera)

Eccezionale l'accoglienza della Blumenkohlesserkunsthaus (letteralmente: "la casa dell'arte del divoratore di cavolfiori"), ristorante zen nel centro elegante di Monaco, tra il negozio di Prada, il tunnel per il lavaggio delle Maserati, ed il campo di tiro al volo con telefonini (ZellulartelephonSchießenentrum): il locale sembra un misto tra l'esterno di un iPhone e una sala operatoria.

Il ristorante, dedicato al vegetarianismo più puro, fa arrivare da tutto il mondo in aereo e rigorosamente in giornata le verdure di stagione. Ordiniamo a Hans, il gioviale maitre, un piatto vegetariano con formggio: il Linsenblumenkohlkäsetorte mit Zucchini Scheiben wie Mutter gemacht (torta di cavolfiori e formaggio con lenticchie e fette di zucchini alla moda della mamma).

Una vegana spinta storce il naso alla vista di quel che sembra parmigiano grattugiato sul pasticcio, ma un crudista bretone nell'angolo, masticando un'insalata di ananas, germogli di bambù, papaia affumicata e noce moscata del Paraguay, commenta che comunque non è possibile essere così barbari da scaldare il sedano come fanno i vegani. L'atmosfera si rovina quindi leggermente quando la vegana risponde al bretone, cercando di sgozzarlo con una carota, che lui d'altronde predica bene ma mangia le alici. Il crudista chiama allora a difesa la sua guardia del corpo flexitarian, che lanciando fagioli in salsa caldissimi e brandendo uno zucchino trombetta inizia una vera e propria rissa.

Presto la sala è un campo di battaglia: i pollopescetariani accusano di crudeltà gli ovovegetariani, i Juicearians assaltano all'arma bianca i fortini di tofu costruiti dai crudisti, e un praticante della dieta sattvica, dopo essersi dato fuoco con del vino di riso, si getta contro la formazione a quadrato dei lattovegetariani.

Mi defilo silenziosamente dalla sala, portandomi dietro le lenticchie e facendomi scudo con un giovane fruttariano.

Fuori, Hans mi rassicura: è così tutte le sere.

Giudizio: *

sabato 25 aprile 2009

Da Orazzio er Carognone (Roma)

Difficile mangiare bene a Roma senza spendere una fortuna - fuori dalla trimurti dei ristoranti di altissima qualità (Punte de la Fourchette, Lo svolazzo del velopendulo e Giggi il Troione) si trovano moltissimi ottimi risotoranti, ma quasi nessuno che si distingua per innovatività della cucina.

Orazzio er Carognone, un grassissimo oste di Trastevere, ci presenta ("sbatte in faccia" sarebbe forse il termine più adeguato) una vera prelibatezza: Ala de pollo come cazzo me piasce a me. Superlativa la cottura del peperone in cipollata, eccezzionale il carciofo rifritto. Provo a chiederne un altro, Orazzio mi rutta in faccia e mi dice "no, perchè così paghi e ti sciacqui dai coglioni". Linguaggio rude, certo, che potrebbe forse risultare offensivo, ma anche questa è la tradizione della cucina mediterranea: sbafare, pagare, e sciacquarsi dai coglioni!

Una stelletta in meno quindi per l'ambiente (non giova nemmeno la vicinanza del cimitero di Sant'Elmo, con il conseguente viavai di cassamortari), ma sicuramente valida la cucina, purchè siate pronti a una bella scazzottata per riprendervi il portafogli e a tornare a casa a piedi - è molto probabile che quando uscirete, l'auto non ci sarà più.

Giudizio: *** e 3/8

The Broken Arms Pub (Ripford-upon-Stroke)

Aaah, la campagna inglese: il verde dell'erba, il bianco delle pecore, l'arancio del Cheddar Cheese, il grigio del cielo!

Ci piacerebbe che più pub inglesi fossero all'altezza del rinomatissimo Broken Arms Pub di Ripford, un locale che coniuga una cuncina di eccezionale bontà il sano, cameratesco odio per lo straniero. Caratteristica peculiare del pub è la sua ricercatezza nel fornire pietanze di tradizioni non anglosassoni, come i Tortelinis Bolognaise In Broth (sic, nella foto). Nigel, vecchio ma comunque sempre ubriaco cuoco li prepara ancora a mano secondo una ricetta che ottenne nella campagna di Bologna nel '45 dalle morte mani di un soldato Italiano: abbondante stomaco di capra e pan secco per il ripieno, brodo artigianale fatto con i pezzi immangiabili del bestiame morto, e abbondante formaggio (o forfora).

Abbiamo volentieri accompagnato il secondo, uno Stinking Mutton with Fries, con una birra locale, la squisita Revenge of the Bloody Bastard... da far rotolare nell'ugola a lungo, soprattutto per minimizzare la deflagrazione.

E per dolce, niente! Piuttosto, una bella pisciata contro l'albero, alla maniera dello Shropshire!

Aaah, la campagna inglese!

Giudizio: **1/2

Restaurant Le Cochon Rigolo (Lafave - Sur - Petreuil)

Ristorantino a conduzione nel bel paese di Lafave-Sur-Petreuil, Le Cochon Rigolo e la sua maitresse ci accolgono con un lezzo di aglio stagionato e muffa di chèvre.

Squisito in particolare l'antipasto, la tipica Omelette des Epinards aux artichocs et ognons avec du pain (in foto), dalla eccellente presentazione e dal gusto leggero ma ben equilibrato. Gli spinaci si fondono bene con le poche uova a filiera cortissima (vengono deposte direttamente dalla proprietaria). Il pane fresco cotto dal fornaio monco Albert completa perfettamente il quadro con un sentore di altri tempi, forse complice il suo non perfetto stato di conservazione.

Il pranzo continua con un Sanglier Tuè par la Peugeot de la Poste, che innaffiamo volentieri con sei bei litri (a testa) di ottimo Pont-de-Montparnasse del '94.

Ottimi anche i dessert, in particolare consigliamo la Tarte Tatin, a patto di chiedere al camerire di evitare la Crème (non è detto che la Crème sia d'accordo nell'evitare voi, nel qual caso si consiglia di arrivare muniti di lanciafiamme e chiudere con la Crème Brulè).

Giudizio: ***